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MARCHI “DEBOLI” E “FORTI”

I cosiddetti marchi espressivi, in altre parole quei segni il cui contenuto risulta molto vicino, per esempio, ad una qualità del prodotto contraddistinto sono stati qualificati in Giurisprudenza come dei marchi deboli. A questa particolare categoria appartengono in generale, tra gli altri, i marchi dei prodotti farmaceutici, per i quali la proprietà distintiva, spesso legata alla composizione chimica o all’attività del farmaco, è ai limiti della percettibilità.

In posizione opposta ai marchi deboli si trovano i cosiddetti marchi forti, nei quali cioè l’originalità del segno sia particolarmente visibile o, secondo le più moderne tendenze interpretative, l’originalità si possa riscontrare nell’accostamento di una parola, anche comune, al prodotto contraddistinto.

La qualifica di marchio forte o debole comporta una diversa tutela, che va dalla protezione più ampia concessa al segno distintivo forte, contro contraffazioni o riproduzioni anche notevoli, ad una difesa più limitata di quello debole, che preclude in pratica solo la riproduzione integrale del marchio.

Ne risulta il fenomeno della “graduabilità” della capacità distintiva, che comporta conseguenze di notevole importanza.

Da una parte, infatti, tale graduabilità ha effetto al momento della registrazione del marchio, al fine di riconoscere o no una validità giuridica al segno, e che può anche tradursi in un rifiuto della concessione della registrazione di un marchio per mancanza del requisito della capacità distintiva. Dall’altra, invece, essa comporta che le valutazioni dell’esistenza o meno della capacità distintiva possano essere condotte in un momento successivo alla registrazione, attenendo specificatamente le condizioni di vitalità del segno anche in tempi successivi alla sua affermazione.

Si può giungere, quindi alla conseguenza estrema della cosiddetta “volgarizzazione”, ovverosia alla situazione in cui un marchio validamente costituitosi e, in un primo tempo, perfettamente idoneo a contraddistinguere il prodotto, divenga poi successivamente, a causa di mutamenti della realtà commerciale in cui opera, inidoneo ad esplicare adeguatamente la sua funzione descrittiva, perché l’espressione che lo compone è divenuta denominazione generica del prodotto.